UOMO,NATURA,DIO: comunicazione e comunione

UOMO, NATURA, DIO : comunicazione e comunione

n° 48 “l’ambiente naturale non è solo materia di cui disporre a nostro piacimento, ma opera mirabile del creatore recante in sé “una grammatica” che indica finalità e criterio per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario… (per farne) fonte di violenza nei confronti dell’ambiente […] e per motivare azioni irrispettose verso la stessa natura dell’uomo”.
n° 54 “il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace”
( Dall’Enciclica di Benedetto XVI La verità nella carità- cap.IV).

Aspetto nodale della problematica, oggetto della trattazione, è la relazione tra l’uomo e la natura. Fulcro tematico è la presenza del Logos di Dio, che si manifesta nella natura stessa e che non può indurre che al bene. L’esse, in altri termini ,deve coincidere con il bene esse, che si fa tutt’uno con il necesse esse implicando, altresì, con il principio escatologico della verità l’assunto della carità, da cui germinano i valori fondamentali della giustizia, della pace e della fratellanza tra gli uomini.
Questi presupposti vengono chiaramente enunciati nell’enciclica di papa Benedetto XVI “ La carità nella fede”, nella quale “ l’ambiente naturale” è definito non solo materia, di cui disporre a piacimento, ma opera mirabile del Creatore, recante in sé “una grammatica” che indica finalità per un utilizzo sapiente, non strumentale ed arbitrario.

Mi soffermo sul valore semantico della parola grammatica, che ritengo voglia significare che ogni cosa creata è un segno, che si rapporta a tutto quanto il restante ente, e che intesse un discorso, originato da Dio stesso, e che ha per oggetto il Bene Assoluto sostanziato da verità e carità.
Infatti il pontefice ammonisce sempre al n.4 dell’enciclica “Perché piena di verità, la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata”
Comprendere quindi il logos del creato, approdare alla verità , è “un dia-logos e quindi comunicazione e comunione”.
Mi propongo adesso di esaminare separatamente i due termini “ comunicazione” e “comunione” nell’ambito delle mie competenze.
La comunicazione è vitale ed insopprimibile necessità dell’uomo,che intende di instaurare un autentico dialogo erga res et erga homines. Ab initio della sua comparsa nella terra,infatti, l’uomo si chiede le ragioni del suo essere nel mondo e comincia ad interrogare la natura e il suo simile.
Dalla natura stessa apprende i segni , che sono alla base del suo primitivo linguaggio ed il modus operandi per la sua sussistenza in comunicazione con gli altri esseri viventi. E’ questa la primigenia forma di cultura, in cui l’uomo, posto al centro del creato, organizza le prime forme di vita associata, che informeranno in seguito tutti i processi del vivere civile in armonia colle leggi stesse della natura,che è anche “parola” di Dio nell’orbe terrestre in comunità con gli uomini e con tutti gli altri esseri viventi. I cristiani affermano,invero, che Dio creatore dà all’uomo la terra, la pioggia,il sole, la forza e l’intelligenza per coltivare il mondo e per custodirlo.
In genere siamo chiamati a chiamare “natura” la terra, le piante,le piante,la pioggia, il sole e “cultura” l’opera che l’uomo vi sviluppa con la ricerca,la scienza, il lavoro. Tutto è collaborazione fra Dio e gli uomini. Pane, vino,olio diventano nella Bibbia simbolo di collaborazione. Comincia a decifrarsi, in tal modo, nell’uomo quella grammatica scritta nella natura, di cui parla il pontefice e si inizia ad intessere un discorso, che nel prosieguo del tempo e, con l’evolversi dei processi gnoseologici e culturali nell’ambito filosofico come in quello artistico, sarà preponderante per la definizione e il riconoscimento dell’autenticità della vita stessa dell’uomo.
Nel dialogo con le cose e tra le cose, tra gli uomini e con gli uomini si ingenera, in particolare nell’ambito filosofico-teologico, la questio tuttora imperante tra natura e presenza di Dio- scienza e fede . In particolare si accentua la concezione di utilizzare la natura secondo i fini che Dio stesso ha predisposto svelandosi nell’armonia del cosmo.
Nella filosofia greca gli studiosi si approcciavano alla natura attraverso il mito; non conoscevano il Dio nostro, ma tuttavia sentivano l’esigenza di raffigurare un deus , che trascendesse l’immanente.
Con l’affermarsi del Logos, nella storia del pensiero, si fa pregnante dalla filosofia medioevale a quella presente l’esigenza di far coincidere il mondo fisico con quello metafisico. Per S. Agostino Dio è Amore oltre che Verità. Amore e Verità nel pensiero agostiniani sono congiunte. L’uomo non può amare Dio se non ama l’altro uomo. Così infatti si esprime S. Agostino in “ Sulla Trinità VIII,12” “Dio è amore oltre che verità……amare Dio significa amare l’Amore, ma non si può amare l’Amore se non si ama chi ama.” Coincidente con i precetti agostiniani ci appare, pertanto, il pensiero rathingeriano sulla tematica, appena accennata, soprattutto per la sostanzialità delle speculazioni del Santo concernenti l’intima relazione tra cosmo e Logos.
S. Agostino,infatti, opina che Dio ha creato attraverso la parola, che è da intendere come Logos o figlio di Dio.
Il Logos per il Santo ha in sé le forme o le cose immutabili delle cose attraverso le quali possiamo intelligere l’eterno.
Ne consegue che Dio, creatore del mondo, è nel tempo ed “in interiore hominis” . L’ente creato da Dio si riconduce all’Essere assoluto e si rapporta al bene.
Il concetto poi di un bene assoluto, che si riconduce ad un “necesse esse”, è alla base del principio teleologico della tomistica aristotelica rivisitata da Dante nell’inventività lirico-fantastica della Commedia.
Il cosmo, in S.Tommaso come in Dante , è ordinato dall’Amor divino.
Non è,infatti, certamente un caso che tutte e tre le cantiche dantesche si concludono con il mirabile verso “l’amor che muove il sole e le altre stelle” .
Secondo S. Tommaso (Summa theol. I,XLVII,) Tutte le cose create sono ordinate tra loro,in modo da costituire un tutto armonico,e questo ordine è la forma, il principio essenziale che rende l’universo simile a Dio.
Dante trasfigura in poesia questo concetto attraverso le parole di Beatrice nel I canto del Paradiso (vv.103-108)
……….Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questa è forma
che l’universo a Dio fa somigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il quale è fine
al qual è fatta la toccata norma.
Il verbo dantesco ci rende edotti del rapporto tra fisica e metafisica, tra ordine cosmologico e volontà divina, tra esse e necesse esse, mosso dall’Amore,che ,come abbiamo detto “muove il sole e le altre stelle” implicando il principio teleologico-escatologico della “ reductio ad unum”.
Nella cultura filosofica di stampo umanistico-rinascimentale Dio è “deus incohatus” e, secondo Marsilio Ficinio la natura stessa è “anima mundi hominisque” in cui si contempla la grandezza di Dio.
Ritengo,inoltre,che vanno tenute anche in massima considerazione le argomentazioni di Galileo Galilei, che afferma che il libro più bello che l’uomo possa leggere è quello della natura e che lo stesso Dio che si legge nella Bibbia si legge nella natura.
Ho tentato di esporre le mie considerazioni sul concetto di “comunicazione”oltre che nei termini dell’enciclica, in base anche all’enunciazione di alcuni elementi essenziali di processi gnoseologico-filosofici, , a mio parere, afferenti al discorso in oggetto; adesso intendo analizzare il secondo termine, che mi era proposto, e cioè quello della “comunione”.
La comunione, nell’accezione religiosa, ha il significato di una partecipazione intima, religiosa con Dio e con il creato.
La comunione con Dio e con il creato, invero, ci spinge non solo ad un atteggiamento contemplativo, ma vivifica nel nostro animo un’innovativa e rinascente istanza verso il Bene, che si traduce nell’Amore verso Dio e il prossimo.
Questa esperienza può essere vissuta da tutti gli uomini e spesso viene stigmatizzata dalla voce dei poeti, che riescono ad esprimere con l’illuminazione della parola poetica l’ineffabile,che è in noi.
Al riguardo non posso non ricordare “Laudes creaturarum” di S. Francesco.
Il Santo scioglie un canto alle creature, in cui è palese il segno della bontà e dell’onnipotenza del Creatore.
L’esaltazione del creato, secondo la tesi del Pagliaro, viene celebrata con il “cum” cunctativo e con il “per” comitativo. In tutta la laude,infatti, Dio è lodato con tutte le cose e da tutte le cose “ Laudato sii mi Signore/ cum tucte le tue creature”.
Come osserva il Getto l’immagine complessiva del carme è quella di un mondo armonioso, in cui accanto alle cose obbedienti a Dio stanno gli uomini, con la loro volontà non più ribelle, come in regime di peccato, ma come in regime di grazia,uniformata a Dio.
La visione francescana, che alcuni critici ritengono antropocentrica, invero è un sublime inno al Creatore, di cui ogni cosa porta “significazione”.
E nella “significazione” del Creatore l’uomo svela la sua essenza nel momento in cui scorge l’orma di Dio,che lo fa protendere verso il bene e la fratellanza.
Il misticismo religioso di S. Francesco mi sembra prodromico non solo all’enciclica di papa Benedetto XVI, ma anche a tanta parte del pensiero e della poesia di stampo religioso tuttora vigenti e inerenti all’assunto tematico, che cerco di svolgere.
La poesia contemporanea, invero, pur nell’inquietitudine, che la società contemporanea comporta, invoca la presenza di Dio in interiore cordis e in interiore mundi.
Il che si riflette nell’opera poetica di G. Ungaretti, che nella lirica “I Fiumi” recita

Il mio supplizio
è quando
non mi sento in armonia

Il poeta, che vuole sentirsi fibra dell’universo, sente l’angoscia di non sentirsi con lo stesso in intima comunione.
Ancora più illuminati rispetto a questa tematica appaiono i versi dello stesso poeta,compresi nella lirica “ Perché la tua bontà si è tanto allontanata” (silloge 1943-45)

Cristo pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello, che ti immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo,Santo che soffri,
Maestro e fratello Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo non piango più
Ecco, Ti chiamo Santo,
Santo, Santo, che soffri.

L’invocazione lirica “Cristo pensoso palpito” ci riporta al concetto di Logos (pensiero) e palpito, inteso come tensione ed atto d’amore verso l’Assoluto,in cui immanente e trascendente cercano di conciliarsi.
Ed è proprio quando Cristo “pensoso palpito” sembra assente nella sfera del mondo e dell’umano che nasce la distruzione e la catastrofe, che il poeta vive nel periodo in cui scrive questo componimento poetico.
Il Cristo, allora, assume le sembianze del fratello, che si immola “ perennemente per riedificare l’uomo”
L’accorato appello ungarettiano al Signore, fratello e santo,che soffre mi sembra che enuclei uno dei fondamentali moniti di papa Rathinger, che ricorda che l’habitat umano deve essere rispettato e che il tema dello sviluppo coincide con quello dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica comunità della famiglia umana , che si costruisce nella solidarietà sulla base dei valori fondamentali della giustizia e della pace.
Anche S. Quasimodo in momenti di angoscia esistenziale invoca la presenza di Dio nelle cose e con le cose. Ad esemplificazione si riportano i versi della lirica “Spazio”, compresa nella silloge “Acque e terre-1920-29”.

….Ed è amore della terra
ch’è buona,se pur vi rombano
abissi di acque, di stelle, di luce;
se pur aspetta, deserto paradiso,
il suo dio di anima e di pietra.
Per Ungaretti Dio è “ pensoso palpito”, mentre per Quasimodo è un dio “di anima e di pietra”, che vive, pertanto nell’immanente terrestre e mostra i connotati dell’asperità del vivere (la pietra) e al contempo quelli dell’anima, da intendere come anima mundi, verso cui l’uomo protende con afflato cristiano e con la speranza di una sua riedificazione nel suo “deserto paradiso”
Come Ungaretti anche Quasimodo sente l’esigenza di una sua comunione col trascendente per scoprire nel cosmo la vigile e costante presenza di Dio, che è autentica vita, mentre la Sua assenza si configurerebbe nella vicenda umana come thànatos .
Questo sentimento è esplicitato dal poeta stesso nella lirica “Thànatos Athànatos” da “La vita non è un sogno-1946-1948”

E dovremmo dunque negarti,Dio
dei tumori,Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no
all’oscura pietra “io sono” e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza “thànatos athànatos”
L’ossimoricità del vivere, espressa dalla contrapposizione dei termini thànatos atthànatos” sollecita il poeta a svincolarsi da una vita buia, raffigurata da un’oscura pietra che iscrive l’“io sono” solingo e lontano dal mondo e dagli uomini.
Il Dio ora per il poeta non è solo “dio di anima e di pietra”, ma è il “dio dei tumori, del fiore vivo”, che il poeta non può e non deve negare.
Emblematica è la chiusa della lirica “Dio del silenzio, apri la solitudine”.
Nel silenzio e nell’assenza il poeta chiede a Dio di schiudere le porte della solitudine
perché possa essere in comunione perfetta col mondo che lo circonda e con gli uomini.
La tensione verso l’infinito è presente anche in autori, quale Montale, che, pur approdando ad una forma di “teologia negativa” , nell’incertezza e nel dubbio dell’existere anela a scoprire il divino, che lo sovrasta.
Riporto i versi della lirica “Come Zaccheo-composta nel 1970 e compresa nella silloge “Diario del 71 e del 72”
Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi,
Ahimè, non sono un rampicante ed anche
stando in piedi non l’ho mai visto.
Leggendo questi versi si ha l’impressione di una concezione negativa dell’Assoluto,
ma approfondendo il discorso si deduce che le parole del poeta ci inducono a riflettere sulla finitudine dell’essere umano e sulla sua insopprimibile esigenza di trascendenza, pur in un mondo oscurato dal buio e dalla problematicità delle incertezze, che non consentono pienamente lo sguardo verso la metafisica.
In senso dialettico i versi di Montale connotano la grande ansia di Assoluto, avvertita dalla nostra generazione , ma ardua da perseguire.
Ed è proprio nel contingentismo delle vicissitudini terrene che il cammino, volto al trascendente, si fa più impervio. Ma dai limiti della nostra terrestrità più cogente vibra in noi il desiderio di scorgere Dio fino al punto di arrampicarci sul sicomoro.
Va ricordato,inoltre,che l’episodio si inserisce nella tradizione biblica e che l’albero del sicomoro, come qualunque albero in generale, nella simbologia cristiana, indica il transito dalla terra al cielo. L’albero, infatti, affonda le sue radici nella terra, ma volge le sue fronde verso il cielo. E’ una chiara allegoria della presenza dell’uomo radicato nel mondo terreno, ma anelante all’Alto.
Continuo adesso a leggere un altro brano dell’enciclica di papa Benedetto XVII per invenire altri spunti di riflessione relativi alla problematica proposta dalla traccia. Nell’attuale contesto sociale e culturale , in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è un elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo integrale…………..Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. E’ esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e l’operatività.
Meditando sulle parole del pontefice mi vengono in mente le travagliate vicende di questi giorni, di persone , che emigrano da paesi a regime dittatoriale, dove con la libertà è negata anche una vita dignitosa e che non trovano adeguata accoglienza nella nostra nazione. Mi domando quale verità esiste oggi ? Quello dell’utile individuale e del capitalismo, che privilegia i pochi e affama la moltitudine? E la carità è forse soltanto una reminiscenza appresa da alcuni nei primi anni d’infanzia nel catechismo e poi dimenticata? Ed allora qual è il nostro compito per costruire “nel giusto tempo umano” una società, fondata sui valori della solidarietà, della giustizia e della collaborazione tra i popoli?
Come possiamo assistere ancor oggi alle tragedie che incombono sul genere umano vessato da cruente guerre o catastrofici eventi di natura sismica,quale quello occorso di recente nel Giappone?
Possiamo ancora rimanere insensibili alla sorte di tanti sventurati, che per sfuggire alle immani calamità naturali, ovvero alla guerra e alla tirannia dei loro paesi di origine, periscono nel vortice di inarrestabili forze della natura o negli abissi dei mari?
Bisogna considerare che gli eventi naturali potrebbero essere previsti leggendo il libro della natura con quei giusti segni che la grammatica , impressa da Dio descrive
E’ pertanto necessario quell’atto di carità nella verità che peraltro deve guidare anche i governatori delle nazioni e dell’intera Umanità.
E’ assolutamente necessario porci l’imperativo categorico di cooperare tutti quanti per perseguire con una pace duratura la solidarietà e la giustizia nel mondo intero. Allora finalmente carità e verità coincideranno.
Ricordiamo che il tema della pace congiunta alla pietas è stato ampiamente trattato anche nell’età classica
La pace è per i Romani il bene supremo da perseguire, anche se per il suo conseguimento talora necessita il bellum iustum, donde il detto si vis pacem, para bellum.
Anche Cicerone nelle Filippiche e nel De Officis afferma che pace e giustizia sono due idee complementari e che qualora sia necessario affrontare la guerra, questa deve essere finalizzata all’ottenimento della superiorità militare e al rispetto delle condizioni di giustizia e di equilibrio nei confronti dei vinti.
Sembra Cicerone preannunciare il memorabile detto virgiliano “Parcere subiectis”.
La politica imperiale di Augusto è stata tutta improntata all’idea di pace.
Particolarmente emblematiche sembrano al riguardo le parole di Virgilio (Aen. VI vv.487 ss.)
“Excudent allii spirantia mollius aerea/(credo equidem), vivos ducent de mormore vultus, /orabunt causas caelique meatus/ describent radio et surgentia siderea dicent: /tu regere imperio populos, Romane memento/( haec tibi erunt artes) pacique imponere morem, / parcere subiectis et debellare superbos”
Da questi versi appare evidente che la pax viene congiunta alla clementia ed ad una forma di giustizia che sostanzia valori oltre che etici religiosi.
La stessa descrizione dell’età d’oro nella IV Ecloga virgiliana esalta la pace non solo come concordia civium, ma come armonia e tripudio di tutta quanto la natura, che nella sua primigenia spontaneità ed essenzialità, raccorderà la concordia civium con la concordia rerum
Ci avviciniamo alla concezione cristiana della pace. Nella persona di Cristo è collegata l’idea della pace dall’annunzio degli Angeli in Luca 2,14 “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
San Paolo (2,14) addirittura identifica Dio con la pace “Egli è la nostra pace”.
Anche nella ritualità cattolica odierna la pace assume un precipuo significato “scambiatevi un segno di pace”.
Il concetto di pace, intesa come concordia civium che si converte nella beatitudo coelestis è, peraltro, un tema dominante nella Commedia dantesca.
In tempi recenti il richiamo alla pace, oltre all’ammaestramento di Gandhi, fautore della rivoluzione non violenta, è stato promosso dalla Chiesa con le Enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII.
Si è elevata anche vibrante la voce di Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato ha spesso stigmatizzato il concetto di pace connettendolo ai valori di giustizia, di libertà e di rispetto della dignità della persona umana.
Nell’Enciclica Redemptor hominis” leggiamo:
In definitiva la pace si riduce al rispetto dei diritti individuali dell’uomo. Opera di giustizia è la pace, mentre la guerra nasce dalla violazione di questi diritti e porta con sé più gravi violazioni di essa. Se i diritti dell’uomo vengono violati in tempo di pace, ciò diventa particolarmente doloroso e, dal punto di vista del progresso, rappresenta un incomprensibile fenomeno della lotta contro l’uomo.
E questo concetto lo stesso Papa lo ribadiva con forza in un discorso Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.
La pace, la giustizia, il dialogo fra i popoli sono temi che legano il passato al presente e che oggi urgono in un mondo che tende alla globalizzazione.
Il tema della pace e della giustizia è intimamente collegata alla grammatica scritta da Dio nella natura.
Dio nella natura è parola;nella sua parola è il verbo di verità e carità, che dobbiamo accogliere nella nostra anima e nella nostra mente.
Dobbiamo, inoltre, essere tutti quanti uniti e cooperare per quelle finalità, che scritte da Dio nel libro della natura devono tradursi nella nostra azione quotidiana in operatività cosciente e responsabile.